3 scatti… d’orgoglio

Pausa caffè per tutti_1_72dpi
Inserisci una didascalia

Pausa caffè per tutti_3_72dpiPausa caffè per tutti_2_72dpi

Agosto 2016.
E’ passato un anno ormai da quando ho realizzato queste foto.
Da qualche parte, non ricordo nemmeno più dove, avevo scovato un trafiletto che pubblicizzava il concorso fotografico FuoriFuoco Moak, indetto da Caffè Moak di Modica. Tema: racconta il caffè in tre scatti.
Non so dire se sia stata la mia atavica dipendenza alla caffeina o la voglia di iniziare finalmente a mettermi in gioco, io che di concorsi non ne avevo mai fatti in vita mia; sta di fatto che mi iscrissi senza pensarci più di tanto.
Con l’aiuto di tre cari ex colleghi realizzai gli scatti necessari e li inviai alla segreteria organizzativa. Mi sembravano belli, ben riusciti e rimasi in attesa dell’esito con la trepidazione della prima volta.

Quando dopo qualche settimana arrivò la notizia che ero tra i cinque finalisti e che ero invitata a Modica per la serata di premiazione durante la quale sarebbero stati nominati i primi tre classificati, il mio ego di fotografa vanesia schizzò alle stelle con la stessa rapidità con cui i miei neuroni si risvegliano dopo un caffè ristretto bevuto a digiuno. Iniziai letteralmente a camminare a due spanne da terra, tronfia come una gallina padovana, in attesa di arrivare a Modica e vedermi assegnare il meritato primo premio.

Ovviamente non vinsi né il primo, né il secondo né tantomeno il terzo premio.

Rimasi a bocca aperta per la delusione e non bastarono l’accoglienza stupenda degli organizzatori e l’atmosfera incantata di Modica a tirarmi su di morale. Il mio ego aveva subìto il giusto e dovuto ridimensionamento.

Ma una Miele non è una Miele se non è orgogliosa e capatosta e fu in quel momento che decisi di essere fotografa per davvero.

Grazie quindi ai giurati Renata Ferri, Cinzia Ferrara, Denis Curti, Tony Gentile e Marco Lentini perché senza di loro avrei continuato a crogiolarmi nell’assurda convinzione di sapere fotografare. Ho scoperto che non è così frequentando la Masterclass WSP, alla quale mi sono iscritta per porre rimedio alla mia ignoranza, lavorando gomito a gomito con fotografi seri e competenti, e non parlo solo di Paolo Marchetti, Fausto Podavini e Giovanni Cocco, ma di tutti gli amici che frequentano la Master insieme a me e dai quali ho imparato e continuo a imparare tantissimo.

La strada è appena iniziata, alcune cose probabilmente non riuscirò a farle ma, come dicevo prima, una Miele non è una Miele se non è capatosta. Da questo punto di vista, il primo premio non me lo toglie nessuno!

Buon caffè a tutti.
B

 

Per un attimo

 

Per un attimo sei tornato.

Ti ho rivisto, mi sei scivolato accanto e non ho avuto il coraggio di fermarti.
Temevo che farlo mi avrebbe risvegliata dall’incantesimo.
Ti sarei corsa dietro, ovunque tu stessi andando. Lo farei anche ora, se potessi.
Farei tornare indietro il tempo di anni per farlo quando ne avrei avuto la possibilità, quella possibilità che non ho saputo cogliere.

Per un attimo sei stato solo mio.

Al mio papà speciale (e alla mia mamma)

DSC_2779

Caro papà,

mi sembra di capire dalle pubblicità così fastidiose che ogni due per tre interrompono i cartoni di Masha e Orso che oggi è la tua festa.
Io sono troppo piccolo e non so esattamente cosa questo voglia dire,  però in tv sorridono tutti e i bimbi come me fanno i regali ai signori che credo siano i loro papà, anche se non ne sono poi tanto sicuro, loro mica si assomigliano come io assomiglio a te!
Mi sento un pochino in colpa per non aver potuto farti il regalo per la tua festa, ma spero davvero che tu ti accorga che ogni volta che piango perché ti allontani e ogni volta che rido a crepapelle quando mi fai le smorfie buffe è perché ti voglio un mondo di bene.

Io ti guardo anche quando tu credi che stia giocando e ascolto quello che dici anche quando tu mi vedi concentrato a guardare la TV. Sto imparando da te le cose che probabilmente farò anche io da grande e penserò che alcune cose sono giuste e altre sbagliate – almeno fino a quando non sarò abbastanza grande da ragionarci da solo – perché è così che la pensi tu. Cavolo, a pensarci bene, hai una bella responsabilità! Per fortuna porto il pannolino, perché potrei farmela addosso per la paura se fossi al posto tuo! Magari un giorno ci sarò davvero e allora spero di ricordarmi tutte le storie che mi racconti ora e tutte le smorfie e i giochi e i trucchi che ti inventi per farmi divertire, mangiare, dormire, così le potrò raccontare a mio figlio. E lo vedo, sai, che a volte sbadigli per la stanchezza mentre mi racconti la fiaba per farmi addormentare!!

Sono proprio fortunato ad averti come papà! Senza contare che ho anche una mamma dolcissima e splendida e quando vi guardo insieme mi vengono le farfalle nella pancia perché penso che siete bellissimi e sono orgoglioso di avervi come genitori.

Grazie per tutto quello che fai, che fate per me.

VVB, Aron

 

Dell’Amore e d’altri mari

20 gennaio 2017, alba.
Il nostro volo da Stoccolma per Milano decolla alle 7:20.
L’appuntamento con il collega per la tazza di caffè che dovrebbe tenerci svegli fino a destinazione è  alle 5:00. Quando ci incontriamo nella sala delle colazioni, la mia sorpresa è grande. Credevo saremmo stati in due gatti a combattere contro il sonno, invece quasi tutti i tavoli sono occupati. Turisti, uomini d’affari, famiglie con bambini, coppie più o meno giovani. Tutti a mangiare l’inimmaginabile in attesa della navetta delle 5:30 che ci porterà all’aeroporto.

Ci sediamo a uno dei pochi tavoli liberi. Accanto a noi una coppia più vicina ai 70 anni che ai 60. Nei loro piatti ci sono già tracce di uova e aringhe e mentre noi buttiamo giù il nostro caffè, loro si alzano per un secondo round di leccornie scandinave. A questo giro non manca la cipolla.

Cerco di riportare la mia attenzione su quanto mi sta dicendo il collega. L’incontro del giorno prima con un cliente che temevamo ostico è andato meglio del previsto. Siamo giustamente soddisfatti. Eppure, nonostante l’entusiasmo, non riesco a distogliere l’attenzione dai nostri vicini. Sarà l’aringa, sarà l’aroma (!) di cipolle che satura i 40 centimetri che ci separano oppure ancora la maglia a righe dell’uomo ma io sono là, seduta al tavolo con loro. Il mio cervello registra parole in una lingua che non conosco mentre con la coda dell’occhio controllo i loro movimenti. Poi alla fine uno scintillio ed ecco che capisco cosa mi sta incuriosendo da un quarto d’ora: le mani dell’uomo sono piene di anelli d’oro che mandano riflessi tutto intorno. Ancora di più, sono piene di tatuaggi.

Improvvisamente il sonno svanisce, il mio sguardo si fa vigile e il residuo di attenzione che stavo dedicando alla chiacchierata di lavoro si concentra immediatamente su quelle mani. Il mio collega riconosce i segnali e segue il mio sguardo per capire cosa io abbia puntato questa volta. Lo sento emettere un gemito preoccupato che si trasforma in allarme quando annuncio: lo devo assolutamente fotografare!
Io non ti conosco! esclama fingendo di alzarsi dal tavolo.

Lo ignoro e sfodero il sorriso più gentile che mi sia possible trovare alle 5:15 di una buia mattina di gennaio. Un tentativo, due tentativi e finalmente lui mi sorride di rimando. La donna accanto a lui si gira e saluta in inglese.

Ok, è mio.

Che belli! dico accennando ai tatuaggi.
Questo l’ho fatto a 13 anni. Con la mano destra accarezza lentamente le dita della sinistra e ripercorre una ad una le lettere che compongono la parola LOVE. La prima volta che mi sono innamorato.
Io, che notoriamente d’amore non capisco un’acca, mi giro serafica verso la donna e chiedo affascinata: Per lei? No, io sono arrivata dopo, ma ormai siamo sposati da oltre quarant’anni.

Ops… Lui sorride alla mia gaffe; il mio collega vorrebbe sprofondare sotto il tavolo; la moglie è serena, chissà quante volte ha già dato la stessa risposta alla stessa stupida domanda.
L’uomo mi fa vedere un altro tatuaggio sulla mano destra. Questo l’ho fatto quando è nata mia figlia, spiega, poi tira su la manica e e mi mostra l’avambraccio. C’è più inchiostro su quel pezzo di pelle che in una seppia. Li ho fatti quando ero imbarcato. Ero marinaio.

Ancora due chiacchiere ma il tempo stringe, la navetta sta per passare.
Chiedo se posso fotografare.
Lui sorride e mi piazza il dorso della mano davanti al cellulare. Prego!

Peccato, avrei voluto qualche minuto in più per fotografarla meglio, quella mano, per fotografare lui! Non è una scusa sufficiente, da fotografa dovrei saperlo, ma forse sono state le parole non dette dalla moglie ad aver impressionato il sensore della mia immaginazione ancora più di quel LOVE stampato sulle dita del marito.

Come vive una donna che per oltre quarant’anni si confronta con la prova tangibile di un altro amore? D’accordo, un amore di gioventù, senza dubbio dimenticato, graffiato da chilometri di reti da pesca tirate su dalle acque gelide di chissà quali mari, attaccato dalla salsedine e screpolato da decenni di sole e vento. Ma pur sempre lì, pronto a riaffiorare in superficie ogni volta che una persona indiscreta, come me, chiede.

Il mio pensiero in questa giornata dedicata agli innamorati va a questa donna, di poche parole e di grande carattere, e a tutte quelle mogli e compagne che convivono quotidianamente con il marchio di altri amori.

Ma a voler guardare chi lo dice poi che questi “altri amori” se la passano meglio? Tra loro e l’amato bene c’è molto di più di un tatuaggio a rammentare che c’è un’altra donna, un’altra famiglia, un’altra vita.

In fin dei conti, quando si ama c’è sempre qualcuno che vince e qualcuno che perde, sia da una parte che dall’altra.

Ma più di tutti perde chi non ama.

mano

Osservare è un atto creativo

Ti ho trovato nell’imballo della macchina fotografica, tutto ripiegato su te stesso e nascosto tra le cose che mi sono più preziose. Lui era fatto così, ogni tanto mi spediva una busta con una tua pagina strappata dal calendario appeso in taverna, il Suo regno, quello dove erano ammucchiati documenti, modellini di Cinquecento e Vespa, cartine dell’Italia, file interminabili di caricatori di diapositive di cui temo non vedremo più una sola immagine, disegni e foto alle pareti, macchine fotografiche vecchie e nuove in ordine sparso, pile caracollanti di riviste, figurine in legno di pescatori, laptop di ultima generazione e tablet su cui le Sue grandi dita si annodavano irrimediabilmente.
Ti ho trovato alla vigilia del Suo compleanno e la smorfia buffa che Lui aveva scarabocchiato in un angolo mi ha fatta ridere e piangere allo stesso tempo. Una presa in giro alla profondità dell’affermazione di Oliviero Toscani e al tempo stesso un invito muto a guardare oltre e a ridere.
Devi averlo impressionato nel profondo, quel giorno, altrimenti sono certa che Lui non ti avrebbe infilato in una busta e spedito per 700 Km attraverso mezza Europa perché io ti leggessi e ti conservassi con tanta cura.
Curioso poi che ti abbia ritrovato proprio in questi giorni, quando più avevo bisogno di capire dove guardare e come farlo.
Forse è vero che mi sta guidando anche dal bosco.

Grazie Mercoledì 29 Luglio 2015.
Buon compleanno Marco.

29-luglio

Ogni immagine che il nostro occhio recepisce nasce a testa in giù. Quando poi questa immagine viene ribaltata, contiene tanti di quei dettagli che il nostro cervello seleziona tra questi – in parte in modo automatico, in parte secondo i nostri interessi e le nostre necessità – i particolari che devono essere portati alla nostra attenzione. Già solo una rosa può essere percepita in modi completamente differenti a seconda di chi la guarda; un giardiniere, ad esempio, che sarà interessato alla vitalità della pianta; o il festeggiato che la riceve in dono per il suo compleanno e che ci leggerà simboli e messaggi; oppure ancora un pittore come Vincent van Gogh che aveva un modo tutto suo di osservare cose e persone.
“Invece di cercare di riprodurre esattamente quello che ho davanti agli occhi, uso il colore in modo assolutamente arbitrario così da esprimermi con forza” usava dire van Gogh.
E aggiungeva: “Credo che questo guardare-oltre-le-quinte sia esattamente la caratteristica che bisogna avere per dipingere.
Ma è anche quella caratteristica che fa dell’osservare un’opera d’arte un atto creativo del tutto personale.

Oliviero Toscani

Vento

img_1302
Stanotte il vento soffiava forte.
In casa una sinfonia di scricchiolii: agli archi le tende da sole rimaste giù a mezzo da quest’estate; le piante sui balconi ai fiati; tapparelle alle percussioni. Solista, tra i legni, il vecchio armadio in camera mia, che ogni tanto entrava in contrappunto.

Il concerto si è aperto in assoluta dissonanza. La casetta degli uccelli – ostinatamente rimasta sfitta da quando l’ho appesa sul balcone la scorsa primavera – urtava fuori tempo contro la ringhiera; un vaso vuoto rotolava su e giù senza il minimo rispetto per quel poco di ritmo che gli altri orchestrali cercavano di trovare sotto la guida irruente del direttore d’orchestra, il Vento.

Non so quando l’armonia si è fatta strada in questa baraonda di suoni, probabilmente solo quando stavo per cedere al sonno, quindi tardi, molto tardi. E’ stato allora che il Vento ha messo d’accordo i suoi strumenti, ne ha preso la direzione guadagnandosi la loro fiducia, facendo sì che si lasciassero cullare dalle sua lunghe e invisibili dita, sfiorando corde, vibrando l’aria, pizzicando le stelle.

Stamattina il cielo era così terso che le montagne sembravano disegnate a china sul blu.

Torna Vento, suona ancora per me.

Ph source: flickr.com

 

Fotocronaca 2016 con bilancio

gennaio

Gennaio
Se il 3 gennaio sali a bordo di un tram a Milano e ti trovi un tizio di fucsia vestito, dove il fucsia si limita ad un succinto accappatoio in spugna, mentre gli altri sono opportunamente bardati per affrontare i 3-5°C, cosa ti viene da pensare? Che sarà un anno anomalo?

 

2-febbraio

 

 

Febbraio
Primo incontro con il circo. Sarà amore a prima vista.
Il fil rouge del 2017. Stay tuned!

 

 

 

 

 3-marzo

Marzo
Gli eventi corrono veloci, le novità si susseguono, le notizie – belle e brutte – rombano e si fanno largo nella mia vita; a volte si lasciano dietro puzza di benzina, altre volte mi scompigliano i capelli come una leggera brezza profumata.

4-aprile

 

Aprile
Si parte con il nuovo lavoro. Nuove avventure, nuove sfide, nuovi amici. Conoscevo uno che era molto orgoglioso di me.

 

5-maggio

 

 

Maggio
Sospesa tra cielo e terra, ti rendi conto di quanto sia fragile l’ala alla quale è affidata la tua vita. Basterebbe un soffio più forte e…

 

 

6-giugno

 

 

Giugno
Si avvicina la burrasca!

 

 

7-luglio

 

 

Luglio
Attaccata al cellulare come ad un’ancora di salvezza. In attesa di notizie, di una parola di speranza. Tutto intorno una bolla di vuoto.

 

8-agosto

 

Agosto
L’auto, la mia oasi di pace. Percorro chilometri a non finire, saranno quasi 37.000 in 8 mesi scarsi. Guidare mi piace, mi rilassa, mi fa viaggiare con la mente ancora prima che con il corpo. Il percorso stesso che mi porta alla destinazione è un viaggio, di cui assaporo ogni istante.

9-settembre

 


27 settembre, ore 03:40
Ecco, alla fine la vita mi ha azzannata al cuore.
Ha aspettato la notte, come fanno i vigliacchi, per portarsi via un pezzo della mia anima.

 

10-ottobre

 

Ottobre
Modica, tra i finalisti di un concorso fotografico.
Dedicata a te, che mi hai insegnato ad amare la fotografia.

 

11-novemre

 

Novembre
Inizia l’avventura WSP a Roma.
Una svolta nella mia vita, per la qualità delle persone che sto conoscendo e per la bellezza degli argomenti trattati.

12-dicembre

Dicembre
Momenti di confusione, di domande a cui mancano risposte. Ci vuole sempre più del previsto a fare i conti con sé stessi.
Aspettiamo, serve pazienza…

 

Bilancio
Se la vita fosse come un bilancio aziendale e gli eventi che la caratterizzano avessero unicamente il peso dell’inchiostro con il quale scriviamo a registro gli attivi e i passivi, il mio anno si chiuderebbe in attivo. Numericamente parlando, gli eventi positivi hanno senza dubbio superato quelli negativi.
Purtroppo però non è così e mai come in questo caso posso affermare con certezza che quantità non corrisponde a qualità.
A me è bastata una sola perdita – nessuna metafora amministrativa questa volta – per mandare all’aria i conti. Ma grazie al cielo, grazie alla mia famiglia e agli amici, sono ancora qui, più che mai determinata a vivere ogni istante che avrò a disposizione intensamente e con passione.
Chiudo l’anno con una sana dose di autostima, ringraziando me stessa per non aver mollato; per essere andata avanti quando la logica avrebbe voluto che crollassi e chi se ne frega di quello che dice la gente.
La vita a me sembra tanto un punching ball.
Ovviamente chi picchia è lei e chi le prende sei tu.
Ma ogni tanto anche la vita sbaglia colpo e la palla si prende la sua rivincita, riportando in equilibrio il dare-avere delle botte.
Ecco, in quel momento io sarò lì a guardare e riderò.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Buon anno!

 

Il mare d’inverno

Un richiamo forte, che non mi ha lasciato scelta.
Stamattina ho scaricato mia sorella dai cugini e con una scusa me ne sono andata al mare. Lì dove si nascondono ricordi di estati lontane, quando c’eravamo tutti; lì dove la Sua mancanza si fa più pungente.

Immagini archiviate sul fondo della retina si ripropongono senza che io lo voglia. Scorci di negozi pieni di cianfrusaglie che da bambina mi risucchiavano al loro interno in cerca di tesori; barche sospese tra mare e cielo, pronte a salpare per mete misteriose; giochi abbandonati da mani bambine e genitori distratti o forse volontariamente intenzionati a lasciarsi alle spalle frammenti sabbiosi d’estate; bagni temerari nell’acqua ancora troppo fredda, con qualcuno dalla spiaggia che ti urla di uscire immediatamente, che ormai hai le dita cotte e le labbra blu.

Mi siedo di fronte al porto e aspetto che questa marea di ricordi si calmi. Accanto a me un gabbiano zoppo che elemosina alcune briciole di pane.

Come ci accontentiamo di poco! Quanto poco serve a soddisfare il nostro bisogno di amore, di riconoscimento. Quasi sempre si tratta di gesti piccoli, mezze parole sussurrate quando meno te lo aspetti e che continuano a risuonarti nelle orecchie e nel cuore come l’incessante andirivieni delle onde nascoste in una conchiglia. Sono tracce di vita che ti restano dentro, che ti fanno da guida, come una bussola che ti orienti nel caos ricordandoti sempre chi sei, da dove vieni, dove vai.

Ecco cosa mi manca.
Ecco il perché di questa sensazione di incompiuto, di sospensione.
Il Suo percorso si è concluso senza dargli il tempo, o forse la forza, o forse ancora la voglia di lasciarmi un’ultima traccia, quella più importante, quella che avrebbe dovuto guidarmi fuori da questo labirinto di confusione e solitudine.

L’ho aspettata senza sapere neppure cosa stessi aspettando. Stavo lì, seduta, conscia unicamente del vuoto ma armata della stessa ostinazione e della stessa testardaggine che mi rendevano così simile a Lui. Ho aspettato con la stessa fiducia di chi si siede in spiaggia e guarda il mare, certo che tutto va ma tutto torna.

dsc_0056

Poi, si sa, la vita ti fa fare cazzate paurose. Allora ti fai coraggio e chiedi. Non c’è una lettera per me? La stava scrivendo, ricordo che aveva chiesto la carta e la stilografica bella, quella conservata nel primo cassetto della Sua scrivania.
No, mi dispiace. Non c’è nulla.

E il vuoto si riempie di altro vuoto.
E tu rimani sospesa tra le onde. Chissà dove ti porteranno?dsc_0050

 

Profumo

Sono una sommelière. Almeno sulla carta.
Non voglio spacciarmi per una morigerata, il vino mi piace.
Se è buono, lo bevo con piacere.
Se è davvero buono, lo bevo con molto piacere.
Ad affascinarmi del vino, quasi quanto il sapore, sono i suoi profumi,  tutti quei sentori che si sprigionano dal calice e ti colpiscono le cellule olfattive richiamando immediatamente alla memoria ricordi di frutti, fiori, legni, spezie, minerali… Un’esplosione di sensazioni che non fanno che esaltare il sapore del vino e accrescerne la bontà.

Sono una fotografa. Amatoriale, ma pur sempre fotografa.
Amo cristallizzare le immagini che mi colpiscono per non perderle, per plasmare quanto mi circonda e adattarlo alla mia visione delle cose, per soddisfare la necessità ormai sempre più incontenibile di esprimermi lì dove le parole non arrivano.

Pur riconoscendo al mezzo fotografico la capacità di “interpretarmi”, spesso mi sono trovata a riflettere sul fatto che la fotografia una pecca ce l’ha. Non può riprodurre i profumi. Certo, l’immagine può evocare il ricordo di un profumo, ma si tratta di un momento effimero. La persistenza olfattiva di questo ricordo digitale è strettamente legata alla velocità con cui il nostro dito clicca sul tasto Avanti per saltare all’immagine successiva.

In questo fine settimana modicano il limite della fotografia – questo suo poter catturare solo la luce – è stato più che mai evidente e per me fonte di indicibile frustrazione. Nessuna foto, infatti, potrà mai evocare con dovizia di particolari la baraonda di profumi che aleggiavano nelle vie di questa cittadina. La dolcezza pastosa del gelsomino; l’aroma acre della polvere sollevata dal vento; la morbidezza avvolgente della ricotta; la traccia dei gatti di strada; i fritti; la mineralità della roccia su cui sono abbarbicate le case di Modica; l’incenso delle sue chiese; la fragranza del caffè; un vago sentore di mare rimasto intrecciato all’aria che arriva dalle campagne; l’arroganza del cioccolato, così consapevole della sua fama…

Una foto che non possa raccontare anche queste sensazioni è come un vino senza profumo: sa di poco.
Ma per quanto io mi possa sforzare, questa volta sono davvero impotente. Vi dovrete accontentare delle foto così come sono.

Oppure dovete andare a Modica anche voi, che forse è meglio!