Festival della Fotografia Etica 2016

Emozioni, emozioni, emozioni…
Emozioni per ognuno dei cinque sensi.
Questa visita a Lodi ha appagato la mia vista, e non pensate sia la cosa più ovvia, trattandosi di fotografia. Questa era Fotografia, quella con la F maiuscola, intrisa di passione e di significati. Un urlo in faccia a chi dimentica guerre, violenze, povertà in termini di soldi e miseria in termini di valori, criminalità, infanzia calpestata.
Il mio udito è stato accarezzato dalla gentilezza del personale dell’organizzazione del Festival, sempre presente e cortese nel fornire spiegazioni e supporto, così come dal trasporto degli autori dei lavori esposti, i pochi che ho potuto ascoltare.
Il mio tatto ha goduto del contatto con le vecchie mura dei palazzi storici di Lodi che accolgono il Festival: un patrimonio architettonico e artistico di questa nostra bellissima e unica Italia che non finirà mai di meravigliarmi. La cornice appropriata per un evento di tale importanza sociale.
Gusto e olfatto se la sono giocata con un aperitivo degno di nota in compagnia di due amici speciali, grazie ai quali questa domenica, dal primo all’ultimo istante, si è guadagnata il titolo di “giornata speciale da ricordare”.
Una menzione speciale per Francesco Comello e la sua “Isle of Salvation”. Questo lavoro mi ha segnata in un modo che le parole non possono esprimere.
Grazie!

Marco

marco

Alla fine te ne sei andato, ha vinto Lei.
Ma quello che Lei di te si è portata via è solo un contenitore. Il contenuto, la tua vera essenza, non me la può portare via nessuno. In questi anni in cui hai accompagnato il mio cammino, Fratello mio, hai disseminato dentro di me ricordi e sensazioni che resteranno impressi a fuoco nella mia mente e nel mio cuore.

Questi ricordi ora sono scintille di luce che rischiarano il buio che ha sostituito la tua presenza e non ho paura, perché ti sento vicino, sempre e comunque.

Certo, mi mancherà la fisicità del tuo essere: il pizzico della tua barba quando mi riabbracciavi dopo mesi di lontananza; la tua voce la domenica mattina quando mi chiamavi e chiedevi Birdie, come stai?  

Non abbiamo mai parlato molto, noi due. Forse nel tempo la lontananza si è intrecciata al pudore, rendendo difficili le parole. Ma avevamo comunque il nostro modo di comunicare, la fotografia. Oggi che non ci sei più mi rendo conto che tutto quello che tu hai fatto perché io potessi fotografare era il tuo modo di farmi dialogare con te. Tutte le macchine fotografiche che mi hai regalato sono state penne di luce con le quali ho scritto quello che non riuscivo a dirti a parole. E infatti, puntualmente, ogni volta che scattavo una foto speciale, tu eri la prima persona alla quale la mostravo. Io ti spedivo foto, tu mi restituivi amore. A cosa sarebbero servite le parole?

Ricordo quando lo scorso anno, nonostante la malattia, non sei voluto mancare alla mia mostra.
“Scattare è un attimo, la foto può essere eterna.”
Questo hai scritto per me a conclusione della tua visita.

La tua vita è stata un attimo a confronto di quanto avrei desiderato durasse ma la tua immagine sarà eterna dentro di me.

Continuerò a fotografare per te.

Che la terra ti sia lieve, Fratello.
La tua Birdie.

Rosso di sera…

Rosso di sera

Ieri sera, al termine di un aperitivo tra colleghi, tornando verso l’auto il cielo mi ha colpita con i suoi colori infuocati. L’ho fotografato, ovviamente, in ricordo di una serata piacevole, rilassante, durante la quale ho potuto conoscere più da vicino e apprezzare i compagni di questo nuovo percorso professionale. Non ci ho visto nulla di più che la meraviglia della natura, che si ripropone instancabile, in ogni istante, se solo hai occhi per vedere e fantasia per immaginare.

Certamente però non avrei mai e poi mai immaginato che quel rosso così vivo potesse essere il riflesso del sangue che di lì a poco si sarebbe riversato sulle strade di Nizza.

Quando stamattina ho appreso la notizia, la mia prima reazione è stata di rabbia verso il carnefice-terrorista e, per riflesso incondizionato, ho assimilato a lui tutti “gli altri” che ormai vivono accanto a noi, tra di noi.
Borghesemente seduta al tavolo della colazione, circondata dalle mie comode sicurezze ed eccitata dalla dose mattutina di caffeina, mi sono detta che dovremmo cacciarli via tutti, rispedirli al loro paese. Senza distinzione. Via di qui. Sciò!

Poi ho ricordato l’aperitivo di ieri sera.
Tra i miei colleghi, una dolcissima e giovane donna iraniana, ingegnere, che contribuisce con la sua professionalità allo sviluppo dell’azienda grazie alla quale io godo delle mie borghesi sicurezze, Nespresso compreso.

Per lei, dunque, e per “gli altri” che sono altri per nazionalità, religione, orientamento sessuale o politico, mi rifiuto di cadere nel tranello delle emozioni.
Se non impariamo a riconoscere chi ci sta vicino, se non facciamo distinzione tra carnefici e vittime – perché le vittime sono anche tra “gli altri” – faremo il gioco di chi ci vuole spaventare  e l’ignoranza avrà avuto la meglio.

Il nostro buon senso e la nostra umanità non esonerano assolutamente chi ci governa dal dovere di proteggerci e di prevenire il ripetersi di simili assurdità.

Ma io continuerò al guardare al cielo e a restare incantata dai suoi colori.

La scelta

IMG_6900La nostra vita è un susseguirsi di scelte, più o meno importanti, più o meno consapevoli. Scegliamo il nostro percorso professionale (per quanto possibile ai giorni nostri); scegliamo gli amici; scegliamo gli hobby; scegliamo se mangiare sushi o stinco di maiale, se bere vino o birra; scegliamo i nostri libri preferiti, la musica; scegliamo come trascorrere il nostro tempo libero, se restando in panciolle sul divano in una domenica di pioggia a guardare la TV – per citare un caro amico –  o se approfittare proprio di quella pioggia per uscire a scattare qualche foto con la speranza di intrappolare i giochi di luce in una pozzanghera di tempo liquefatto.

Ma la prima scelta importante che tutti noi compiamo quotidianamente, senza la quale tutte le altre non avrebbero ragion d’essere, è sconosciuta ai più e assolutamente sottovalutata: la scelta di alzarsi la mattina, di uscire dal letto, un piede dopo l’altro, per affrontare un nuovo giorno.

Banale? Forse.
Ma provate a immaginare cosa accadrebbe a noi tutti se una mattina scegliessimo deliberatamente di non alzarci. Se preferissimo restare a letto e decidessimo di restare lì, al caldo, per un tempo indefinito, invece di iniziare la pletora di scelte che inevitabilmente dovremo fare lungo il corso dell’intera giornata: su cosa indossare, cosa mangiare a colazione, quale strada fare per andare in ufficio, quali clienti chiamare, cosa mangiare a pranzo, se andare in palestra dopo l’ufficio oppure a fare la spesa, come trascorrere la serata, a che ora andare a dormire per non risvegliarsi completamente rintronati la mattina dopo. Per poi scegliere nuovamente di alzarsi, cosa indossare, cosa mangiare a colazione e così via, all’infinito. Giorno dopo giorno le stesse scelte, per una vita.

Non mi venite a dire che si tratta di senso di responsabilità quello che ci butta giù dal letto alle 5:30 tutte le mattine. Il senso di responsabilità può tranquillamente esprimersi anche nella scelta di non scegliere. Basta essere coerenti a assumersi le conseguenze delle proprie decisioni.

La verità è che confondiamo il libero arbitrio con il senso di responsabilità. Anche la scelta più banale comporta una serie di ragionamenti che ci porta inevitabilmente ad un bivio: sì o no, faccio o non faccio, dico o non dico, amo o non amo, piango o rido, bacio o non bacio, mangio o non mangio, mi curo o non mi curo, vivo o mi lascio vivere.
Dove lasciarsi vivere non è altro che la nostra vigliaccheria davanti alla scelta difficile, quella scomoda che potrebbe portarti a dire no, faccio, dico, amo, rido, vivo.
La nostra furbizia sta nella capacità di mascherare la nostra paura di scegliere dietro il velo nobile del senso di responsabilità, tutto qui. Così ci sentiamo degli eroi, spacciando per buon cuore la nostra codardia. Perché le scelte difficili comportano ansia, frustrazione, paura; ti obbligano a lasciare la zona di comfort e ad avventurarti su terreni sconosciuti dove non hai riferimenti né certezze. Non è uno scherzo, c’è di che far tremare i polsi ai più deboli.

Ma quanta vita ci perdiamo in questo modo? Se ci guardassimo indietro e potessimo vedere noi stessi bambini, non vedremmo forse creature incoscienti che spinte dal desiderio di scoprire il mondo facevano sempre le scelte più azzardate, quelle più difficili? La scelta di abbandonare le ruotine della bicicletta, la scelta di buttarci in acqua senza braccioli, la scelta di baciare il compagno o la compagna di banco, a costo di farci una figuraccia, ma con il cuore che batteva a mille per quell’emozione intensa e unica?

Stamattina la luce filtrava strana tra le stecche della tapparella.
In testa già due o tre programmi che il mio senso di responsabilità, assistente perfetto, aveva fissato per me nei giorni scorsi e quindi sapevo che per riuscire a fare tutto mi sarei dovuta alzare non oltre le 8. Ma tra le stecche della tapparella, oltre alla luce, è filtrato anche un senso di ribellione e mi sono chiesta: perché mi devo alzare? chi me lo impone? cosa succederebbe se mi alzassi alle 9?
E da lì è seguito un fiume di domande sul perché e sul percome, fino alla conclusione che in questi ultimi anni io ho smesso di scegliere. Mi sono lasciata vivere. Ho anestetizzato le mie emozioni. Ho delegato le mie scelte ad altri, così da poter scaricare su di loro la responsabilità delle mie mancate scelte. Facile, no?

Però adesso comincia il bello! Prendere atto dello stato delle cose è un po’ come essere investiti da un treno in corsa, ma il peggio è raccogliere i pezzi e decidere da dove iniziare ad assumersi nuovamente le proprie responsabilità – da non confondere con il senso di responsabilità.
Non mi illudo di riuscirci da domani, ma almeno ho raggiunto il livello minimo di consapevolezza. Un piccolo passo in avanti, come quello che poi mi ha portata fuori dal letto alle 9…

E voi come siete messi a scelte?
Pensateci domattina, quando suona la sveglia.

Uccelli

imagesPCYMP72XGiuro che non li capisco.

Ho comprato una mangiatoia che neppure un attico a Central Park.

L’ho riempita di prelibatezze da far invidia a Peck.

E loro cosa fanno? Becchettano da terra briciole e formiche milanesi, che in quanto tali dovrebbero risultare fortemente indigeste.

Davvero non li capisco gli uccelli.

PS: Ironia concessa, non faccio distinzione di razza.

Amore, il grande imbroglio

OLYMPUS DIGITAL CAMERAChimera, illusione, sòla (alla romana), inibitore di buonsenso, tomba dell’autostima. Insomma, una fregatura, comunque lo si voglia guardare.

Pensate per un istante a quanto dolore ci siamo inchinati in nome di questa beffa chiamata Amore, a quante umiliazioni, a quante privazioni.
I brevi interludi di felicità che il fato beffardo ci regala di tanto in tanto servono soltanto ad alimentare il fuoco dell’illusione, affinché la farsa possa ripetersi ciclicamente, all’infinito.
Ma a ben guardare amare significa soffrire: si soffre quando si ama non ricambiati; quando si è depositari di una amore non voluto – non fosse altro per il senso di colpa per non essere in grado di regalare amore in cambio; si soffre quando si viene lasciati e quando si lascia. Si soffre per qualsiasi tipo di amore, che sia quello per un compagno, per un figlio, un fratello, un genitore. Si soffre quando ami un paese e sei costretto ad abbandonarlo; si soffre per un cane esattamente come per una persona, con intensità e modi diversi ma non per questo le ferite che restano sono meno profonde.

Allora perché questo teatrino va avanti, senza fine? Perché la scienza non inventa una cura per debellare l’unica malattia a cui ognuno di noi prima o poi è destinato a soccombere? Non esiste un antibiotico, un vaccino da inoculare alla nascita? Non c’è un 5 per mille da dedicare a questa ricerca?

Considerazioni di ordinaria amministrazione, per nulla sprovvisti di logica, fino a quando inciampi in due ragazzetti e nel loro bacio rubato in un angolo tranquillo della città e senti un pizzico al cuore.

E torni a cercare l’Amore.

E’ passato oltre un mese dall’ultima volta che ho condiviso con voi i miei pensieri.
Un mese durante il quale ho combattuto contro la pigrizia, forse l’incapacità, di mettere nero su bianco il groviglio di insoddisfazioni che riempiva la mia testa. Un mese durante il quale mi ero persa, troppo concentrata a metabolizzare la crescente frustrazione sul posto di lavoro.

Ebbene, cosa può esserci di tanto brutto nel mio lavoro da farmi perdere a tal punto l’entusiasmo e la voglia di fare la cosa che più amo al mondo, fotografare e raccontare le mie foto? In fin dei conti il mio è il classico lavoro d’ufficio, i colleghi sono mediamente simpatici, il settore è interessante, ho contatti che si estendono dalla Cina al Brasile. Cosa posso pretendere più di questo?

E’ questa la domanda che mi ha tormentata incessantemente durante le ultime settimane, ma alla quale avevo inconsapevolmente già una risposta. Una e una sola. Il Rispetto.

Il rispetto della mia persona, della mia professionalità. Il rispetto per i miei colleghi. Il rispetto per l’azienda stessa.
Faccio parte di un grande gruppo industriale, ho quasi 5.000 colleghi sparsi su vari continenti. 5.000 persone con caratteri diversi, storie uniche e irripetibili, visi belli, brutti, anonimi, espressivi, in gran parte sconosciuti; colleghi che passano minimo otto ore sulle macchine a produrre produrre produrre produrre, mani sporche d’olio e i vestiti macchiati addosso a un microcosmo di emozioni e unicità; altri colleghi il cui unico scopo è quello di fissare il monitor del loro PC per l’intera giornata, per inserire dati, creare statistiche, fatturare fatturare fatturare fatturare.

Per la proprietà, nessuna di queste persone esiste veramente. Sono, siamo, un numero. Una pedina da spostare sulla scacchiera degli interessi di pochi o da mangiare quando non serve più, cancellando le precarie sicurezze che ci illudiamo di avere. Non conta quanto tu abbia dato in passato, quanti sacrifici tu abbia fatto, quanto entusiasmo tu abbia profuso per risolvere i problemi, quanto tu abbia contribuito al raggiungimento degli obiettivi. Oggi servi; domani non servi più. Nel peggiore dei casi non servi proprio più, allora via con cassa integrazione e mobilità; se sei fortunato magari non servi più qui, allora ti spostano là.  E’ come essere costretti a ballare un valzer suonato da orchestrali mediocri che non vanno neppure a tempo; dirige l’orchestra il Maestro Profitto.

Forse questa è la legge dell’economia globale. Sono troppo ignorante per dire se sia una cosa giusta o sbagliata. L’unica cosa che so per certo è che se non rispetti  la dignità dei tuoi collaboratori, non otterrai il massimo da loro e questo andrà a tuo svantaggio. A svantaggio del profitto che insegui così disperatamente.

Per quel che mi riguarda, grazie ma non ballo più.

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