Al mio papà speciale (e alla mia mamma)

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Caro papà,

mi sembra di capire dalle pubblicità così fastidiose che ogni due per tre interrompono i cartoni di Masha e Orso che oggi è la tua festa.
Io sono troppo piccolo e non so esattamente cosa questo voglia dire,  però in tv sorridono tutti e i bimbi come me fanno i regali ai signori che credo siano i loro papà, anche se non ne sono poi tanto sicuro, loro mica si assomigliano come io assomiglio a te!
Mi sento un pochino in colpa per non aver potuto farti il regalo per la tua festa, ma spero davvero che tu ti accorga che ogni volta che piango perché ti allontani e ogni volta che rido a crepapelle quando mi fai le smorfie buffe è perché ti voglio un mondo di bene.

Io ti guardo anche quando tu credi che stia giocando e ascolto quello che dici anche quando tu mi vedi concentrato a guardare la TV. Sto imparando da te le cose che probabilmente farò anche io da grande e penserò che alcune cose sono giuste e altre sbagliate – almeno fino a quando non sarò abbastanza grande da ragionarci da solo – perché è così che la pensi tu. Cavolo, a pensarci bene, hai una bella responsabilità! Per fortuna porto il pannolino, perché potrei farmela addosso per la paura se fossi al posto tuo! Magari un giorno ci sarò davvero e allora spero di ricordarmi tutte le storie che mi racconti ora e tutte le smorfie e i giochi e i trucchi che ti inventi per farmi divertire, mangiare, dormire, così le potrò raccontare a mio figlio. E lo vedo, sai, che a volte sbadigli per la stanchezza mentre mi racconti la fiaba per farmi addormentare!!

Sono proprio fortunato ad averti come papà! Senza contare che ho anche una mamma dolcissima e splendida e quando vi guardo insieme mi vengono le farfalle nella pancia perché penso che siete bellissimi e sono orgoglioso di avervi come genitori.

Grazie per tutto quello che fai, che fate per me.

VVB, Aron

 

Dell’Amore e d’altri mari

20 gennaio 2017, alba.
Il nostro volo da Stoccolma per Milano decolla alle 7:20.
L’appuntamento con il collega per la tazza di caffè che dovrebbe tenerci svegli fino a destinazione è  alle 5:00. Quando ci incontriamo nella sala delle colazioni, la mia sorpresa è grande. Credevo saremmo stati in due gatti a combattere contro il sonno, invece quasi tutti i tavoli sono occupati. Turisti, uomini d’affari, famiglie con bambini, coppie più o meno giovani. Tutti a mangiare l’inimmaginabile in attesa della navetta delle 5:30 che ci porterà all’aeroporto.

Ci sediamo a uno dei pochi tavoli liberi. Accanto a noi una coppia più vicina ai 70 anni che ai 60. Nei loro piatti ci sono già tracce di uova e aringhe e mentre noi buttiamo giù il nostro caffè, loro si alzano per un secondo round di leccornie scandinave. A questo giro non manca la cipolla.

Cerco di riportare la mia attenzione su quanto mi sta dicendo il collega. L’incontro del giorno prima con un cliente che temevamo ostico è andato meglio del previsto. Siamo giustamente soddisfatti. Eppure, nonostante l’entusiasmo, non riesco a distogliere l’attenzione dai nostri vicini. Sarà l’aringa, sarà l’aroma (!) di cipolle che satura i 40 centimetri che ci separano oppure ancora la maglia a righe dell’uomo ma io sono là, seduta al tavolo con loro. Il mio cervello registra parole in una lingua che non conosco mentre con la coda dell’occhio controllo i loro movimenti. Poi alla fine uno scintillio ed ecco che capisco cosa mi sta incuriosendo da un quarto d’ora: le mani dell’uomo sono piene di anelli d’oro che mandano riflessi tutto intorno. Ancora di più, sono piene di tatuaggi.

Improvvisamente il sonno svanisce, il mio sguardo si fa vigile e il residuo di attenzione che stavo dedicando alla chiacchierata di lavoro si concentra immediatamente su quelle mani. Il mio collega riconosce i segnali e segue il mio sguardo per capire cosa io abbia puntato questa volta. Lo sento emettere un gemito preoccupato che si trasforma in allarme quando annuncio: lo devo assolutamente fotografare!
Io non ti conosco! esclama fingendo di alzarsi dal tavolo.

Lo ignoro e sfodero il sorriso più gentile che mi sia possible trovare alle 5:15 di una buia mattina di gennaio. Un tentativo, due tentativi e finalmente lui mi sorride di rimando. La donna accanto a lui si gira e saluta in inglese.

Ok, è mio.

Che belli! dico accennando ai tatuaggi.
Questo l’ho fatto a 13 anni. Con la mano destra accarezza lentamente le dita della sinistra e ripercorre una ad una le lettere che compongono la parola LOVE. La prima volta che mi sono innamorato.
Io, che notoriamente d’amore non capisco un’acca, mi giro serafica verso la donna e chiedo affascinata: Per lei? No, io sono arrivata dopo, ma ormai siamo sposati da oltre quarant’anni.

Ops… Lui sorride alla mia gaffe; il mio collega vorrebbe sprofondare sotto il tavolo; la moglie è serena, chissà quante volte ha già dato la stessa risposta alla stessa stupida domanda.
L’uomo mi fa vedere un altro tatuaggio sulla mano destra. Questo l’ho fatto quando è nata mia figlia, spiega, poi tira su la manica e e mi mostra l’avambraccio. C’è più inchiostro su quel pezzo di pelle che in una seppia. Li ho fatti quando ero imbarcato. Ero marinaio.

Ancora due chiacchiere ma il tempo stringe, la navetta sta per passare.
Chiedo se posso fotografare.
Lui sorride e mi piazza il dorso della mano davanti al cellulare. Prego!

Peccato, avrei voluto qualche minuto in più per fotografarla meglio, quella mano, per fotografare lui! Non è una scusa sufficiente, da fotografa dovrei saperlo, ma forse sono state le parole non dette dalla moglie ad aver impressionato il sensore della mia immaginazione ancora più di quel LOVE stampato sulle dita del marito.

Come vive una donna che per oltre quarant’anni si confronta con la prova tangibile di un altro amore? D’accordo, un amore di gioventù, senza dubbio dimenticato, graffiato da chilometri di reti da pesca tirate su dalle acque gelide di chissà quali mari, attaccato dalla salsedine e screpolato da decenni di sole e vento. Ma pur sempre lì, pronto a riaffiorare in superficie ogni volta che una persona indiscreta, come me, chiede.

Il mio pensiero in questa giornata dedicata agli innamorati va a questa donna, di poche parole e di grande carattere, e a tutte quelle mogli e compagne che convivono quotidianamente con il marchio di altri amori.

Ma a voler guardare chi lo dice poi che questi “altri amori” se la passano meglio? Tra loro e l’amato bene c’è molto di più di un tatuaggio a rammentare che c’è un’altra donna, un’altra famiglia, un’altra vita.

In fin dei conti, quando si ama c’è sempre qualcuno che vince e qualcuno che perde, sia da una parte che dall’altra.

Ma più di tutti perde chi non ama.

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Fotocronaca 2016 con bilancio

gennaio

Gennaio
Se il 3 gennaio sali a bordo di un tram a Milano e ti trovi un tizio di fucsia vestito, dove il fucsia si limita ad un succinto accappatoio in spugna, mentre gli altri sono opportunamente bardati per affrontare i 3-5°C, cosa ti viene da pensare? Che sarà un anno anomalo?

 

2-febbraio

 

 

Febbraio
Primo incontro con il circo. Sarà amore a prima vista.
Il fil rouge del 2017. Stay tuned!

 

 

 

 

 3-marzo

Marzo
Gli eventi corrono veloci, le novità si susseguono, le notizie – belle e brutte – rombano e si fanno largo nella mia vita; a volte si lasciano dietro puzza di benzina, altre volte mi scompigliano i capelli come una leggera brezza profumata.

4-aprile

 

Aprile
Si parte con il nuovo lavoro. Nuove avventure, nuove sfide, nuovi amici. Conoscevo uno che era molto orgoglioso di me.

 

5-maggio

 

 

Maggio
Sospesa tra cielo e terra, ti rendi conto di quanto sia fragile l’ala alla quale è affidata la tua vita. Basterebbe un soffio più forte e…

 

 

6-giugno

 

 

Giugno
Si avvicina la burrasca!

 

 

7-luglio

 

 

Luglio
Attaccata al cellulare come ad un’ancora di salvezza. In attesa di notizie, di una parola di speranza. Tutto intorno una bolla di vuoto.

 

8-agosto

 

Agosto
L’auto, la mia oasi di pace. Percorro chilometri a non finire, saranno quasi 37.000 in 8 mesi scarsi. Guidare mi piace, mi rilassa, mi fa viaggiare con la mente ancora prima che con il corpo. Il percorso stesso che mi porta alla destinazione è un viaggio, di cui assaporo ogni istante.

9-settembre

 


27 settembre, ore 03:40
Ecco, alla fine la vita mi ha azzannata al cuore.
Ha aspettato la notte, come fanno i vigliacchi, per portarsi via un pezzo della mia anima.

 

10-ottobre

 

Ottobre
Modica, tra i finalisti di un concorso fotografico.
Dedicata a te, che mi hai insegnato ad amare la fotografia.

 

11-novemre

 

Novembre
Inizia l’avventura WSP a Roma.
Una svolta nella mia vita, per la qualità delle persone che sto conoscendo e per la bellezza degli argomenti trattati.

12-dicembre

Dicembre
Momenti di confusione, di domande a cui mancano risposte. Ci vuole sempre più del previsto a fare i conti con sé stessi.
Aspettiamo, serve pazienza…

 

Bilancio
Se la vita fosse come un bilancio aziendale e gli eventi che la caratterizzano avessero unicamente il peso dell’inchiostro con il quale scriviamo a registro gli attivi e i passivi, il mio anno si chiuderebbe in attivo. Numericamente parlando, gli eventi positivi hanno senza dubbio superato quelli negativi.
Purtroppo però non è così e mai come in questo caso posso affermare con certezza che quantità non corrisponde a qualità.
A me è bastata una sola perdita – nessuna metafora amministrativa questa volta – per mandare all’aria i conti. Ma grazie al cielo, grazie alla mia famiglia e agli amici, sono ancora qui, più che mai determinata a vivere ogni istante che avrò a disposizione intensamente e con passione.
Chiudo l’anno con una sana dose di autostima, ringraziando me stessa per non aver mollato; per essere andata avanti quando la logica avrebbe voluto che crollassi e chi se ne frega di quello che dice la gente.
La vita a me sembra tanto un punching ball.
Ovviamente chi picchia è lei e chi le prende sei tu.
Ma ogni tanto anche la vita sbaglia colpo e la palla si prende la sua rivincita, riportando in equilibrio il dare-avere delle botte.
Ecco, in quel momento io sarò lì a guardare e riderò.

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Buon anno!

 

Il mare d’inverno

Un richiamo forte, che non mi ha lasciato scelta.
Stamattina ho scaricato mia sorella dai cugini e con una scusa me ne sono andata al mare. Lì dove si nascondono ricordi di estati lontane, quando c’eravamo tutti; lì dove la Sua mancanza si fa più pungente.

Immagini archiviate sul fondo della retina si ripropongono senza che io lo voglia. Scorci di negozi pieni di cianfrusaglie che da bambina mi risucchiavano al loro interno in cerca di tesori; barche sospese tra mare e cielo, pronte a salpare per mete misteriose; giochi abbandonati da mani bambine e genitori distratti o forse volontariamente intenzionati a lasciarsi alle spalle frammenti sabbiosi d’estate; bagni temerari nell’acqua ancora troppo fredda, con qualcuno dalla spiaggia che ti urla di uscire immediatamente, che ormai hai le dita cotte e le labbra blu.

Mi siedo di fronte al porto e aspetto che questa marea di ricordi si calmi. Accanto a me un gabbiano zoppo che elemosina alcune briciole di pane.

Come ci accontentiamo di poco! Quanto poco serve a soddisfare il nostro bisogno di amore, di riconoscimento. Quasi sempre si tratta di gesti piccoli, mezze parole sussurrate quando meno te lo aspetti e che continuano a risuonarti nelle orecchie e nel cuore come l’incessante andirivieni delle onde nascoste in una conchiglia. Sono tracce di vita che ti restano dentro, che ti fanno da guida, come una bussola che ti orienti nel caos ricordandoti sempre chi sei, da dove vieni, dove vai.

Ecco cosa mi manca.
Ecco il perché di questa sensazione di incompiuto, di sospensione.
Il Suo percorso si è concluso senza dargli il tempo, o forse la forza, o forse ancora la voglia di lasciarmi un’ultima traccia, quella più importante, quella che avrebbe dovuto guidarmi fuori da questo labirinto di confusione e solitudine.

L’ho aspettata senza sapere neppure cosa stessi aspettando. Stavo lì, seduta, conscia unicamente del vuoto ma armata della stessa ostinazione e della stessa testardaggine che mi rendevano così simile a Lui. Ho aspettato con la stessa fiducia di chi si siede in spiaggia e guarda il mare, certo che tutto va ma tutto torna.

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Poi, si sa, la vita ti fa fare cazzate paurose. Allora ti fai coraggio e chiedi. Non c’è una lettera per me? La stava scrivendo, ricordo che aveva chiesto la carta e la stilografica bella, quella conservata nel primo cassetto della Sua scrivania.
No, mi dispiace. Non c’è nulla.

E il vuoto si riempie di altro vuoto.
E tu rimani sospesa tra le onde. Chissà dove ti porteranno?dsc_0050

 

Marco

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Alla fine te ne sei andato, ha vinto Lei.
Ma quello che Lei di te si è portata via è solo un contenitore. Il contenuto, la tua vera essenza, non me la può portare via nessuno. In questi anni in cui hai accompagnato il mio cammino, Fratello mio, hai disseminato dentro di me ricordi e sensazioni che resteranno impressi a fuoco nella mia mente e nel mio cuore.

Questi ricordi ora sono scintille di luce che rischiarano il buio che ha sostituito la tua presenza e non ho paura, perché ti sento vicino, sempre e comunque.

Certo, mi mancherà la fisicità del tuo essere: il pizzico della tua barba quando mi riabbracciavi dopo mesi di lontananza; la tua voce la domenica mattina quando mi chiamavi e chiedevi Birdie, come stai?  

Non abbiamo mai parlato molto, noi due. Forse nel tempo la lontananza si è intrecciata al pudore, rendendo difficili le parole. Ma avevamo comunque il nostro modo di comunicare, la fotografia. Oggi che non ci sei più mi rendo conto che tutto quello che tu hai fatto perché io potessi fotografare era il tuo modo di farmi dialogare con te. Tutte le macchine fotografiche che mi hai regalato sono state penne di luce con le quali ho scritto quello che non riuscivo a dirti a parole. E infatti, puntualmente, ogni volta che scattavo una foto speciale, tu eri la prima persona alla quale la mostravo. Io ti spedivo foto, tu mi restituivi amore. A cosa sarebbero servite le parole?

Ricordo quando lo scorso anno, nonostante la malattia, non sei voluto mancare alla mia mostra.
“Scattare è un attimo, la foto può essere eterna.”
Questo hai scritto per me a conclusione della tua visita.

La tua vita è stata un attimo a confronto di quanto avrei desiderato durasse ma la tua immagine sarà eterna dentro di me.

Continuerò a fotografare per te.

Che la terra ti sia lieve, Fratello.
La tua Birdie.

Rosso di sera…

Rosso di sera

Ieri sera, al termine di un aperitivo tra colleghi, tornando verso l’auto il cielo mi ha colpita con i suoi colori infuocati. L’ho fotografato, ovviamente, in ricordo di una serata piacevole, rilassante, durante la quale ho potuto conoscere più da vicino e apprezzare i compagni di questo nuovo percorso professionale. Non ci ho visto nulla di più che la meraviglia della natura, che si ripropone instancabile, in ogni istante, se solo hai occhi per vedere e fantasia per immaginare.

Certamente però non avrei mai e poi mai immaginato che quel rosso così vivo potesse essere il riflesso del sangue che di lì a poco si sarebbe riversato sulle strade di Nizza.

Quando stamattina ho appreso la notizia, la mia prima reazione è stata di rabbia verso il carnefice-terrorista e, per riflesso incondizionato, ho assimilato a lui tutti “gli altri” che ormai vivono accanto a noi, tra di noi.
Borghesemente seduta al tavolo della colazione, circondata dalle mie comode sicurezze ed eccitata dalla dose mattutina di caffeina, mi sono detta che dovremmo cacciarli via tutti, rispedirli al loro paese. Senza distinzione. Via di qui. Sciò!

Poi ho ricordato l’aperitivo di ieri sera.
Tra i miei colleghi, una dolcissima e giovane donna iraniana, ingegnere, che contribuisce con la sua professionalità allo sviluppo dell’azienda grazie alla quale io godo delle mie borghesi sicurezze, Nespresso compreso.

Per lei, dunque, e per “gli altri” che sono altri per nazionalità, religione, orientamento sessuale o politico, mi rifiuto di cadere nel tranello delle emozioni.
Se non impariamo a riconoscere chi ci sta vicino, se non facciamo distinzione tra carnefici e vittime – perché le vittime sono anche tra “gli altri” – faremo il gioco di chi ci vuole spaventare  e l’ignoranza avrà avuto la meglio.

Il nostro buon senso e la nostra umanità non esonerano assolutamente chi ci governa dal dovere di proteggerci e di prevenire il ripetersi di simili assurdità.

Ma io continuerò al guardare al cielo e a restare incantata dai suoi colori.

Uccelli

imagesPCYMP72XGiuro che non li capisco.

Ho comprato una mangiatoia che neppure un attico a Central Park.

L’ho riempita di prelibatezze da far invidia a Peck.

E loro cosa fanno? Becchettano da terra briciole e formiche milanesi, che in quanto tali dovrebbero risultare fortemente indigeste.

Davvero non li capisco gli uccelli.

PS: Ironia concessa, non faccio distinzione di razza.