Dell’Amore e d’altri mari

20 gennaio 2017, alba.
Il nostro volo da Stoccolma per Milano decolla alle 7:20.
L’appuntamento con il collega per la tazza di caffè che dovrebbe tenerci svegli fino a destinazione è  alle 5:00. Quando ci incontriamo nella sala delle colazioni, la mia sorpresa è grande. Credevo saremmo stati in due gatti a combattere contro il sonno, invece quasi tutti i tavoli sono occupati. Turisti, uomini d’affari, famiglie con bambini, coppie più o meno giovani. Tutti a mangiare l’inimmaginabile in attesa della navetta delle 5:30 che ci porterà all’aeroporto.

Ci sediamo a uno dei pochi tavoli liberi. Accanto a noi una coppia più vicina ai 70 anni che ai 60. Nei loro piatti ci sono già tracce di uova e aringhe e mentre noi buttiamo giù il nostro caffè, loro si alzano per un secondo round di leccornie scandinave. A questo giro non manca la cipolla.

Cerco di riportare la mia attenzione su quanto mi sta dicendo il collega. L’incontro del giorno prima con un cliente che temevamo ostico è andato meglio del previsto. Siamo giustamente soddisfatti. Eppure, nonostante l’entusiasmo, non riesco a distogliere l’attenzione dai nostri vicini. Sarà l’aringa, sarà l’aroma (!) di cipolle che satura i 40 centimetri che ci separano oppure ancora la maglia a righe dell’uomo ma io sono là, seduta al tavolo con loro. Il mio cervello registra parole in una lingua che non conosco mentre con la coda dell’occhio controllo i loro movimenti. Poi alla fine uno scintillio ed ecco che capisco cosa mi sta incuriosendo da un quarto d’ora: le mani dell’uomo sono piene di anelli d’oro che mandano riflessi tutto intorno. Ancora di più, sono piene di tatuaggi.

Improvvisamente il sonno svanisce, il mio sguardo si fa vigile e il residuo di attenzione che stavo dedicando alla chiacchierata di lavoro si concentra immediatamente su quelle mani. Il mio collega riconosce i segnali e segue il mio sguardo per capire cosa io abbia puntato questa volta. Lo sento emettere un gemito preoccupato che si trasforma in allarme quando annuncio: lo devo assolutamente fotografare!
Io non ti conosco! esclama fingendo di alzarsi dal tavolo.

Lo ignoro e sfodero il sorriso più gentile che mi sia possible trovare alle 5:15 di una buia mattina di gennaio. Un tentativo, due tentativi e finalmente lui mi sorride di rimando. La donna accanto a lui si gira e saluta in inglese.

Ok, è mio.

Che belli! dico accennando ai tatuaggi.
Questo l’ho fatto a 13 anni. Con la mano destra accarezza lentamente le dita della sinistra e ripercorre una ad una le lettere che compongono la parola LOVE. La prima volta che mi sono innamorato.
Io, che notoriamente d’amore non capisco un’acca, mi giro serafica verso la donna e chiedo affascinata: Per lei? No, io sono arrivata dopo, ma ormai siamo sposati da oltre quarant’anni.

Ops… Lui sorride alla mia gaffe; il mio collega vorrebbe sprofondare sotto il tavolo; la moglie è serena, chissà quante volte ha già dato la stessa risposta alla stessa stupida domanda.
L’uomo mi fa vedere un altro tatuaggio sulla mano destra. Questo l’ho fatto quando è nata mia figlia, spiega, poi tira su la manica e e mi mostra l’avambraccio. C’è più inchiostro su quel pezzo di pelle che in una seppia. Li ho fatti quando ero imbarcato. Ero marinaio.

Ancora due chiacchiere ma il tempo stringe, la navetta sta per passare.
Chiedo se posso fotografare.
Lui sorride e mi piazza il dorso della mano davanti al cellulare. Prego!

Peccato, avrei voluto qualche minuto in più per fotografarla meglio, quella mano, per fotografare lui! Non è una scusa sufficiente, da fotografa dovrei saperlo, ma forse sono state le parole non dette dalla moglie ad aver impressionato il sensore della mia immaginazione ancora più di quel LOVE stampato sulle dita del marito.

Come vive una donna che per oltre quarant’anni si confronta con la prova tangibile di un altro amore? D’accordo, un amore di gioventù, senza dubbio dimenticato, graffiato da chilometri di reti da pesca tirate su dalle acque gelide di chissà quali mari, attaccato dalla salsedine e screpolato da decenni di sole e vento. Ma pur sempre lì, pronto a riaffiorare in superficie ogni volta che una persona indiscreta, come me, chiede.

Il mio pensiero in questa giornata dedicata agli innamorati va a questa donna, di poche parole e di grande carattere, e a tutte quelle mogli e compagne che convivono quotidianamente con il marchio di altri amori.

Ma a voler guardare chi lo dice poi che questi “altri amori” se la passano meglio? Tra loro e l’amato bene c’è molto di più di un tatuaggio a rammentare che c’è un’altra donna, un’altra famiglia, un’altra vita.

In fin dei conti, quando si ama c’è sempre qualcuno che vince e qualcuno che perde, sia da una parte che dall’altra.

Ma più di tutti perde chi non ama.

mano