Torino e pasta & fagioli

Dite la verità, a voi da bambini pasta e fagioli piaceva?

Io la odiavo! Eppure me la ritrovavo sistematicamente nel piatto con frequenza settimanale.
Mia madre pare fosse una specialista nel prepararla e mio padre la adorava. Pasta e fagioli, voglio dire. Adorava anche mia madre ovviamente.  Beh, insomma, avete capito. Pasta e fagioli a casa mia non mancava mai.

Mio padre, classe 1922, di fame deve averne fatta parecchia negli anni bui della guerra e mal tollerava che i suoi figli facessero gli schizzinosi con il cibo. Se cercavamo di farla franca accampando la scusa che non avevamo fame, solitamente non faceva altro che conservare lo stesso piatto per il pasto successivo. Con me, che sono l’ultima e probabilmente la più cocciuta di cinque figli, credo che a un certo punto avesse compreso che io, pur di non mangiare pasta e fagioli, avrei anche potuto lasciarmi morire di fame. Ma lui mi batté in astuzia adottando una tecnica diametralmente opposta: dieci minuti di tempo per finire il mio piatto, altrimenti…

“Altrimenti” non successe mai, non gli diedi modo di darmi dimostrazione pratica. Era sufficiente la sua presenza accanto a me, mentre il suo sguardo severo passava dalle lancette  dell’orologio appeso alla parete della cucina al piatto di fronte a me. Uno strazio…

Mio padre mancò all’improvviso quando avevo nove anni. Da allora, pasta e fagioli non l’ho più mangiata per oltre trent’anni. Mia madre ebbe il buon cuore di non insistere.

Poi, come sempre succede nella vita, ti trovi in situazioni in cui devi fare buon viso a cattivo gioco.
Ospite a pranzo di un’anziana signora abruzzese che ci aveva messo il cuore a preparare “sagne e fasciule” per la milanese (che ero io, sic).
Svariate paia di occhi a fissarmi mentre mi apprestavo ad assaggiare la specialità della casa. Sorrisi soddisfatti stampati sulle labbra. Aspettavano tutti che fossi io a iniziare a mangiare, pregustando i complimenti che avrei senza dubbio alcuno elargito alla cuoca.
Per farmi forza visualizzai dentro di me le lancette dell’orologio della cucina della mia casa di bambina. Erano già trascorsi nove minuti e cinquantanove secondi. Avrei dovuto mangiare immediatamente, altrimenti…

Mangiai.

E fu una rivelazione! Era buona, ma buona davvero!! Stavo mangiando pasta e fagioli e mi piaceva! Quel gusto tondo e morbido, avvolgente, pastoso… Mmmm, ancora!
Ero certa che mio padre si stesse sbellicando dalle risate dall’aldilà e in cuor mio credo di avergli fatto la linguaccia.
Dopo cercai di capire da cosa fosse nata la mia avversione per pasta e fagioli e non trovai alcuna spiegazione. Probabilmente era più una questione di principio. Ho detto che non mi piace e basta, ecco uffi!

Torino. Non mi piace. Ci sei mai stata? Una volta, per mezz’ora. Così poco? Basta e avanza. E come fai a dire che non ti piace? Ti dico che non mi piace e basta. E’ una questione di pelle, non me la sento addosso.
Questo è un esempio di conversazione che avrei potuto intrattenere con chiunque mi avesse parlato di Torino fino a fine novembre 2015.

Torino. Strana città, per certi versi mi affascina. La conosci bene? Assolutamente no, ci sono stata un paio di volte in queste ultime settimane e solo per pochissime ore. Ci tornerai? Assolutamente sì, voglio conoscerla meglio. Credo proprio che mi piaccia, anzi, ne sono convinta. Convintissima.
Questo è un esempio di conversazione che potrei intrattenere con chiunque mi parlasse di Torino oggi, 20 dicembre 2015.

Ci ero cascata di nuovo. Sostenevo che Torino non mi piacesse senza sapere neppure perché. Per pura questione di principio. Esattamente come per pasta e fagioli.

Per fortuna so tornare sui miei passi. Magari ci metto un po’ di tempo, ma poi recupero!

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